IL BOVE FINTO DI OFFIDA NEL 1800: tra proibizioni e permessi

(dalla pubblicazione “LA TEATRALIZZAZIONE DELLA FESTA E LA VIOLENZA RITUALE DEL CARNEVALE- Origini, storia, contaminazioni e simboli del Bove Finto di Offida, youcantprint febbraio 2019, pp. 133- 141)

Secondo i pochi testi, che hanno cercato di descrivere e analizzare la cerimonia del Bove Finto di Offida, il documento più antico che attestasse la caccia e macellazione del bove eseguite durante il Carnevale, risale al 19 gennaio del 1819 e consiste in una lettera intercorsa tra il Gonfaloniere di Offida e la direzione di Polizia della delegazione apostolica di Ascoli (75) . In realtà nell’Archivio di Ascoli è presente un documento anteriore, ossia del 6 febbraio 1811, che attesta l’esecuzione ad Offida di uno steccato, per il 14 febbraio, ossia durante il Carnevale. Si tratta di una lettera mandata dal Podestà di Offida al Podestà di Ascoli, in cui si fa richiesta di avvertire i macellai, “onde possa aversi un copioso numero di essi” (76).

Analoghe richieste vengono espresse il 17 aprile del 1811 e l’8 ottobre del 1813 (n.737) (77). Dal 1813 fino al 1816 non risultano ulteriori richieste. Ciò è in parte spiegato dal fatto che il 14 settembre 1812 viene emessa una circolare che vieta l’esecuzione delle “cacce di toro…che si usan tuttavia in parecchi Paesi”, in tutto il Dipartimento del Tronto (78). Questa circolare del Prefetto biasima fortemente questo gioco, considerandolo “cruento spettacolo avanzo de’ feroci costumi di epoche remote mal combinato collo spirito di civilizzazione“, espressione di un barbarismo ributtante assolutamente da svellere, come hanno fatto i paesi più colti. Si richiede, quindi, la collaborazione dei Viceprefetti, dei Podestà e Sindaci, insomma di tutte le istituzioni di Governo, affinché “faccino circolare voce di una totale proibizione di sì barbari trattenimenti (…) abitudine del volgo non ancora ben dirozzato (…) che nella sopraveniente fredda stagione sogliono rinnovarsi” (79).

La disposizione non fu ben accolta dalle comunità locali. Il 14 settembre 1812, al Prefetto del Tronto pervenne una richiesta, poi ribadita il 6 dicembre dello stesso anno, del Podestà di Sarnano (Melchiorre Galeotti) che supplica la revoca di tale disposizione: “implora che voglia degnarci di permettere lo spettacolo di caccia e steccato nei divertimenti dell’epoca presente a tutto il prossimo venturo Carnovale, anche per il titolo che in detto Comune non (…) altro divertimento e sollievo“. Ma le accorate richieste di permettere lo spettacolo della caccia e steccato nel prossimo venturo Carnevale ebbero in entrambi i casi risposta negativa (80) . Il divieto subì un’attenuazione di toni e rigidità il 18 febbraio del 1814, quando il Prefetto del Tronto, un certo Catalani, scrive al Viceprefetto di Ascoli una lettera di rammarico (n. 2931 sez. 3a) per le numerose istanze ricevute; così tante da indurlo a”ricorrere dalla Superiorità per una provvidenza“. Ossia che: (trascrizione) “quantunque li steccati siano un avanzo di quel remoto barbarismo, a cui i cuori Italici poco volentieri si adattino, pure quando ella crede, che possa assolutamente recare disgusto lo vietarne il permesso, ne assecondi le istanze” (tali frasi sono sottolineate). Vale a dire che concede al Viceprefetto di Ascoli di valersi della facoltà di concedere il permesso per tali giochi, “fermo però che le concesioni siano vincolate alla cautela della responsabilità delle autorità locali per tutti i disordini che ne potrebbero derivare” (81). Il valersi della facoltà di decidere riguardo allo svolgimento dei divertimenti sopra menzionati, concessa dal Prefetto, era probabilmente un qualcosa di cui il Viceprefetto di Ascoli aveva già fatto uso se, il 15 febbraio, (ossia qualche giorno prima che il Prefetto scrivesse la suddetta lettera), un certo Mancini di Ascoli “fa istanza per essere autorizzato a fare la caccia del bue nel venerdì nella Piazza dell’Arringo” e gli viene accordato il permesso (82) . Il 10 luglio del 1815 da Arezzo viene mandata al Podestà di Ascoli una lettera in cui si fa richiesta di alcuni giostratori “per una giostra di tori nella ricorrenza prossima della festa del 15 agosto“. Ciò perché “questo divertimento è nuovo a noi e non se ne conosce con bastante esattezza, le specifiche condizioni“. E in questo il Podestà di Arezzo ha proprio ragione, perché altrimenti non avrebbe fatto una richiesta del genere. Infatti la risposta è: “per le cacce dei bovi ad Ascoli, come in altri comuni marchigiani, non esistono persone che esercitino il mestiere di giostratori“, (ma solo macellai!) (83). Per quanto riguarda il 1815 nell’archivio di Ascoli, è presente soltanto una richiesta del Podestà di S. Vittoria che chiede al Gonfaloniere di Ascoli: “di far condurre in questa terra da codesti macellai qualche bove il giorno 26 ottobre stabilito da questa gioventù per uno steccato” (84). Dal 1815 fino al 1816 non si riscontrano richieste e concessioni di tal genere. E la spiegazione di ciò ci viene data da un’illuminante, preziosa e accorata lettera scritta dal Podestà di Ascoli al Delegato Apostolico (85) il 4 gennaio 1819, in cui testualmente informa che: “In questa città, e nelle altre terre delle Marche antichissima, ed seguitissima è lo spettacolo della così dette caccia del bue (parole sottolineate). Questo divertimento e per l’epizozia bovina e per altre circostanze venne soppresso” (86) . Secondo quanto risulta dal Fondo Comune dell’archivio di Ascoli, l’epizozia bovina, colpì la maggior parte delle Marche nel 1816 (87). Il 24 aprile del 1818 il Comune di Offida scrive al Gonfaloniere di Ascoli, affinché si avvisassero (previo il permesso avuto dalla Delegazione Apostolica già ricevuto) i macellai di portare il bue e il cane per uno steccato, da fare il 6 maggio. Stessa richiesta viene fatta il 16 ottobre del 1819 (88) . Da una lettera dell’otto gennaio del 1819 si ha la conferma lampante che i giochi con i tori erano uno dei divertimenti tipici del Carnevale. Infatti, il Podestà di Ascoli, animato dalla volontà “di rendere più brillante la presente stagione di Carnevale“, fa richiesta per avere il permesso per due steccati, per il 4 e 11 febbraio, “da dare alla popolazione” (89) . Analoga richiesta era stata fatta a gennaio dello stesso anno, se il Delegato Apostolico il 7 gennaio concede il permesso per lo stesso giorno, affinché si organizzasse “la giostra del bue col cane, usate però le consuete preoccupazioni di far tosto mattare il bue”(90). Due steccati vengono eseguiti il 22 gennaio e il 3 febbraio del 1823 “durante il corrente Carnevale”, dal momento che il 21 gennaio il delegato apostolico aveva concesso il permesso (91). Ad Offida pare che tali giochi venissero eseguiti anche al di fuori del Carnevale. Infatti il 16 ottobre del 1819 al Gonfaloniere di Ascoli perviene una richiesta del Gonfaloniere di Offida, affinché si avvertano i macellai “onde abbiano a recare in questo comune i bovi ed i cani “. La risposta del Gonfaloniere di Ascoli, del 18 ottobre, è incentrata sulla impossibilità della partecipazione dei macellai allo steccato, in seguito al verificarsi di una fiera (92) . Identica richiesta viene fatta da Offida il 3 ottobre del 1821 (n. 823) e il 21 ottobre (n. 825) dello stesso anno: il Gonfaloniere di Offida raccomanda il Gonfaloniere di Ascoli, affinché il macellaio Alessandrini intervenga l’8 novembre ad uno steccato, “col suo bove e cane assicurando di ogni buon trattamento, onde rendere più brillante il detto divertimento. Tale preoccupazione è presente anche in una richiesta del 7 ottobre 1823 e in un’altra del 24 ottobre 1827 inoltrata sempre per “lo spettacolo dello steccato di bovi“. Il 19 ottobre del 1834 il Gonfaloniere di Offida informa di due steccati fissati per il 20 e 27 dello stesso mese; tale gioco viene eseguito sempre nello stesso anno, il 13 del mese di novembre. Durante la Festa della Croce del 27 aprile 1834 viene organizzata una corsa di cavalli barberi, come del resto anche il 4 agosto del 1847 (93) . Queste due richieste indicano una sorta di disuso dei divertimenti dello steccato e della caccia. Infatti, in quasi tutti i comuni dell’ascolano, le richieste per questi giochi cessano intorno al 1834 (94) (anche se, secondo una Cronaca Anonima, il giovedì grasso del 1836, nella Piazza del Popolo di Ascoli, viene fatta una caccia del bove) (95) . Secondo quanto scrive un cronista nel 1905 il gioco dello steccato viene proibito nel 1860 dal nuovo governo, mentre la caccia col bue “ancora vige, quantunque vada facendosi sempre più rara” (96). In realtà nel 1842 il Comune di Offida in una specie di quesito inviato dal Delegato Apostolico e probabilmente atto a tastare e meglio conoscere le abitudini ricreative del popolo offidano, alla domanda n. VIII, che riguarda i GIOCHI PUBBLICI PREFERIBILI NELLE PROVINCIE, (l’errore in province è …originale ) la significativa risposta del citato comune è la seguente: “Cacce col bue e steccati al presente vietate” (97). Ciò dimostra che già nel 1845 questi giochi pubblici pur ancora molto amati, erano ormai caduti nel dimenticatoio in seguito a un probabile divieto. Non a caso nel 1890 Michele Angelini scrivendo a G. Pitrè una lettera sugli usi e costumi offidani, si limita a descrivere la manifestazione dei “vèlurde” e non fa alcun riferimento al gioco della caccia con il bove (98) . Il cronista di «Ophys» in un consuntivo del Carnevale del 1893, così annotava nel suo taccuino, venerdì 10 febbraio: “C’era una volta la caccia al toro, che era tanto divertente. Figuratevi la testa di un toro di cartapesta, due corna appiccicate sopra, per groppone un coperchio di un baule, sotto un uomo che fingeva di ruggire. Quattro o cinque persone, con la camicia di fuori, con un fazzoletto rosso al collo rappresentavano i torreadores” (99) . Ciò dimostra che in questo periodo la caccia col bue, addirittura fatta come oggi col simulacro, non veniva più organizzata da tempo. Se la caccia col bue vero viene abolita nel 1860 e il cronista, parlando di quella eseguita con bue finto, dice: “c’era una volta“, significa che dopo il 1860 ad Offida si continuò a mettere in scena la caccia e morte del bue, seguendo forse uno schema rituale simile a quello attualmente vigente. Il cronista, infatti, avverte che un tempo il venerdì di Carnevale si faceva questa rappresentazione, che attualmente viene proposta proprio il venerdì grasso. Il fatto di legare la caccia col bue al venerdì di Carnevale è sicuramente un retaggio del passato. Infatti, secondo uno scritto del 1896, tale gioco aveva ordinariamente principio il dì di S. Tommaso e fine l’ultimo giovedì di Carnevale, ripetuta però il venerdì di ognuna delle due settimane, che correvano tra i detti termini (100) . Se si fa riferimento alle dettagliate cronache carnevalesche del cronista dell’«Ophys»si ha la chiara impressione che il Carnevale ad Offida, senza la caccia col bue, fosse un poco spento, esangue. A questo proposito emblematica è la frase: “Carnevale soffre d’anemia” (101). In particolare il Carnevale del 1895 non viene molto festeggiato: “sarà forse che il Carnevale ha fatto il suo tempo e sarà pure che la miseria non ammette allegria (…) non per nulla gli antichi romani (…) promettevano il panem et circenses ed è certo che quando non si ha l’uno gli altri si trascurano” (102). Le cronache dell’«Ophys» giungono purtroppo fino al 1895 e degli anni che seguono poco si sa sul Carnevale di Offida. Durante il periodo del dominio fascista l’organizzazione del Carnevale passò nelle mani dell’Opera Nazionale Dopolavoro che, fra le altre finalità, si propose di ripristinare tutte le tradizioni carnevalesche. Venne così anche riproposta e probabilmente codificata l’attuale caccia del Bove Finto, di antica memoria e tradizione.


75 G. FILLICH, N. SAVINI, Storia, monumenti, folklore, cit., pp. 163- 164; V. TRAVAGLINI, Il Carnevale storico della città di Offida, cit., pp. 62- 66. Il testo integrale di tale documento conservato nell’archivio comunale di Offida, è il seguente: “S.E.ill.ma Monsignor Delegato Apostolico accorda che costà venga eseguita a seconda della di lei richiesta la caccia al bue per il solo giorno del 22 o 23 così osservati i soliti regolamenti di sanità e polizia, cioè che debba essere il bue mattato entro lo spazio di due ore finita la caccia e che la brigata dei carabinieri sorvegli sulla pubblica piazza perché non accada inconveniente alcuno. Tanto fo sollecito di comunicare a V. S. ill. ma e con distinta stima porre“. Un altro permesso per l’esecuzione della caccia in Offida, risale al 12 febbraio 1819: “Ha sua Eccellenza ill.ma accordato che in codesto Comune entro il Carnevale per una notte abbia luogo la caccia al bue, osservante però le consuete prescrizioni sanitarie e politiche in conformità alla antecedente concessione e prevenendone a tempo debito il Sig. Governatore locale. Con distinta stima. Ascoli Piceno-12 febbraio 1819“, ibidem.

76 Fondo Archivio Storico Comunale 1808- 1815, busta 75 “Spettacoli e feste pubbliche”, A.S.C.A-TRASCRIZIONE:                             

N°. 140  Regno d’Italia-Dipartimento del Tronto-Distretto II-Cantone II                                                    Offida, 6 Febbraio 1811

Al Signor Podestà / Ascoli Essendosi stabilito nel di 14 Febbraio giorno di giovedì di dare qui al pubblico il divertimento dello steccato invito la di lei compiacenza Signore, a rendere intesi i così detti proprietari dei buoi, i macellai…(seguono dei ringraziamenti). P.S Si avverte inoltre che il macellaio di questo comune è Tomassini Giuseppe.

                     Cipolletti

 77 Ibidem. Un avviso del 4 settembre 1811 informa la popolazione di Teramo, (in Abruzzo), che per la festività del protettore del paese (S. Bernardo) si svolgeranno due steccati dove “vi sarà un toro, due bufali e dodici bovi. Il premio del toro sarà per i due steccati di ventiquattro, quello dei bovi di ducati sedici, quello dei bufali di ducati dieci, e quello dei cani anche di dieci ducati“, Fondo Vice- Prefettura del Tronto, busta 13, A.S.C.A.

78 Nel 1798 con la costituzione della Repubblica Romana il territorio marchigiano venne smembrato nei dipartimenti del Metauro, Musone e Tronto. Quest’ultimo, con capoluogo Fermo, comprendeva 16 cantoni. In particolare: Fermo con Porto Sant’Elpidio, Petritoli con Ripatransone, Ascoli, Offidacon Montalto, S. Ginesio con Sarnano, Montegiorgio, SERGIO ANSELMI, (a cura di), Le Marche in Storia d’Italia, Torino, Einaudi, 1987, p. 43; AA.VV, I catasti generali dello Stato Pontificio, Roma, Archivio di Stato, 1995, p. 50.

79 Fondo Archivio Storico Comunale 1808- 1815, busta 75, A.S.C.A. Il prefetto continua dicendo che nel caso le autorità governative “rilevassero che in qualche circostanza producesse tale assoluto divieto qualche malcontento, dovrà domandarsene a questa Prefettura e per le Cacce, e Steccati di detto genere speciale autorizzazione, essendo questi compresi nella classe dei pubblici spettacoli, che non possono aver luogo in alcun caso senza espressa licenza dell’autorità politica”.

80 Fondo Prefettura del Tronto, busta 100, A.S.C di Fermo. La dicitura della richiesta del 12 settembre 1812 è significativamente “supplica per far fare la caccia in qualche volta del mese, nonché due steccati con bovi nel p. venturo Carnovale

81 Fondo Viceprefettura del Tronto, busta 13, fascicolo II, A.S.C.A.Significativa è una frase che parla del divieto come insinuato dal papato; è un’ipotesi, ma non potrebbe riferirsi al divieto emanato da Pio V, nel 1567?. Se così fosse si spiegherebbe il silenzio archivistico sui giochi suddetti dal 1600 fino agli inizi del 1800. Giochi di cui, secondo l’opinione del Prefetto, “sarebbe desiderabile che gli uomini si persuadessero della sconvenienza, di un divertimento che ripugna alla civilizzazione (…) reliquia dell’antica ignoranza e costumi depravati.

82 Ibidem. Il Viceprefetto si raccomanda però che il Commissario di Polizia vigili per il buon ordine.

83 Fondo Archivio Storico comunale, busta 75, A.S.C.A.

84 Ibidem.

85 Il Delegato Apostolico è una specie di “longa manus” del governo centrale nelle province, la cui funzione giudiziaria svolta in quanto governatore centrale è del tutto secondaria rispetto alle molto più ampie attività di carattere politico-amministrativo. I governatori locali dipendono da esso, S. ANSELMI, (a cura di), Le Marche, in Storia d’Italia, cit., p., 46.

86 Fondo Comune, busta 18 “Spettacoli”, fascicoli 1-2-3. Significativamente la lettera continua: “I popoli sono sempre attaccati a quegli spettacoli, che sono di patria consuetudine” .

87 Ibidem. L’epizozia bovina ricompare nel 1863 a quanto scrive un cronista dell’«Eco del Tronto», il 9 agosto: “Il tifo bovino qui nuovamente importato dal vicino Abruzzo si va diffondendo nella provincia di Ascoli, Perlochè il Prefetto delle provincia decretò saviamente la proibizione delle fiere e dei mercati di bestie bovine perché la contagiosa malattia non si propaghi“, (settembre 1863- Assoluta decrescenza del morbo, settembre 1864- Ricomparsa del morbo e nuova abolizione di fiere e mercati), «Eco del Tronto», anni 1863- 65, Biblioteca Comunale di Ascoli. L’abolizione del gioco della caccia potrebbe quindi essere stato proibito affinché non si propagasse il morbo; o piuttosto vennero proibite le fiere e il mercato di bovini, dove forse si organizzavano giochi con questi animali per movimentare gli affari, per creare un interesse più coinvolgente intorno alla loro vendita.

88 Fondo Comune, busta 18, A.S.C.A, (n.161 e n.596).

89 Ibidem.

90 Fondo Comune, busta 18, A.S.C.A.

91 Ibidem.Si rende noto che nel corrente Carnovale avrà luogo due volte il così detto spettacolo dello steccato“. Per questo il Podestà di Ascoli dà avviso ai podestà dei comuni di Offida, Ripatransone,  Montalto, Force, Comunanza, Amandola, S. Benedetto, Grottammare, affinché diano avviso ai macellai del loro paese, stabilendo un premio di 4 soldi pel bue e di 3 pel il cane.

92 Ibidem.

93 Fondo Comune, busta 18, anni 1820- 21- 22- 23- 27- 28- 34- 38- 40- 47- 60. Richieste inoltrate da altri Comuni in provincia di Ascoli confermano l’ipotesi che steccati e cacce fossero giochi peculiari di diversi periodi dell’anno; infatti il 12 novembre del 1819, il comune di Montalto avvisa il Gonfaloniere di Ascoli dell’esecuzione di uno steccato per il 30 novembre, in seguito a Superiore autorizzazione. Il 21 gennaio del 1821 il Gonfaloniere di Amandola avvisa quello di Ascoli, che il loro macellaio non potrà partecipare agli steccati fissati per il giorno stesso e per il 3 febbraio, poiché “oggi è in S. Vittoria, il giorno 3 febbraio in Sarnano, il giorno 10 in Montegiorgio, per parola già data“, (a quanto pare i macellai avevano un gran bel da fare tra steccati e cacce col bue…).  Il 4 ottobre del 1821 il Gonfaloniere di Ripatransone dà notizia al Gonfaloniere di Ascoli, perché voglia degnarsi di interpellare codesto macellaio, onde conduca il bue col cane, assicurandolo che troverà la conveniente accoglienza, per l’esecuzione di uno steccato il 25 del mese. Analoghe richieste vengono fatte dal comune di Comunanza il 22 ottobre del 182, dal comune di Force il 29 ottobre del 1822, dal comune di Grottammare il 6 e il 13 novembre del 1823, dal comune di Montalto il 6 ottobre 1825, (permesso non accordato per disordini). Per quanto riguarda il periodo di Carnevale il 9 febbraio il comune di San Benedetto del Tronto fa richiesta per uno steccato per il 13 febbraio, (con premio per il bue e cane di 3 o forse quattro buoi, dice il Gonfaloniere di Ascoli in risposta).

94 Una lettera del 27 novembre, 1834 viene mandata dal Comune di Montegiorgio, al Gonfaloniere di Ascoli, come mezzo di scuse per l’impossibilità del macellaio di partecipare a uno steccato, a causa della pioggia, Ibidem.

95 Cronaca Anonima, 1829- 60, Biblioteca Comunale di Ascoli.

96 V. BOLDRINI, Usanze e costumi tradizionali del popolo italiano, cit., p. 513.

97 Fondo Delegazione Apostolica, A.S.C.A, (documento trovato da Giannino Gagliardi) . Tale documento è stato analizzato anche nel cap. I, § 2

98 M. ANGELINI, Di alcuni usi e tradizioni picene, cit., p. 492- 494.

99 «Ophys», 1893, Biblioteca di Ascoli. Per quanto riguarda quest’anno il cronista inizia il resoconto del Carnevale dal 22 gennaio fino al 19 febbraio, informando di una vivida e lunga partecipazione del paese a questa festa. In particolare il 12 febbraio scrive: “Quest’anno, poi, i divertimenti crescono come pesci nelle mani di Gesù alle nozze di Canaan: feste da ballo pullulano da tutte le parti. Il mio ufficio sarebbe troppo oneroso se vi dovessi parlare di tutti i piccoli divertimenti di famiglia, che sono riusciti deliziosissimi ed attraentissimi; ed è per questo che mi sono prefisso di fare solo un resoconto sommario dell’ultima settimana di Carnevale. Stralcio dal mio taccuino quanto segue.

100 A. GIANANDREA, La festa di Natale nelle Marche, cit., p. 146. Tel notizia viene confermata da V. BOLDRINI: “La caccia poi eseguivasi in piazza aperta e con vacca o bue legati con lunga fune ed aveva luogo tutti i venerdì d’inverno“, Usanze e costumi, cit., p. 514.

101 «Ophys», 1893. Tale frase è scritta dal cronista il giovedì grasso: “Né è sufficiente tutto il ferro china Bisleri per rinsanguarlo (…) le mascherine poche, ma belle. Una bella e ricca mascherata era quella rappresentante il dio dell’oro possente“. Un’altra annotazione significativa riguarda il Carnevale del 1895: “Il corso delle maschere di giovedì passato ha messo un pò di risveglio nella sonnolenza del Carnevale“, «Ophys», 24 febbraio, 1985.

102 Ibidem. L’annotazione è del 3 marzo e il cronista oltre a ciò e a ulteriore conferma dell’apaticità del Carnevale, scrive: “Anche il Carnevale dl 1895 se ne è andato, e, per molti senza rimpianti. Pochi sono stati a divertirsi e quei pochi non si sono divertiti granché. Sembrava che la pesantezza del cielo plumbeo si rispecchiasse sulla terra (…) poche maschere, quindi, negli ultimi giorni della stagione carnevalesca e nell’ultima sera, poi, pochissimi dei tradizionali velurde“.

#Mara Cittadini#1999#2019#CarnevalediOffida#BoveFinto

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